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Avvelenati i gipeti rilasciati in Sardegna - Bufera sul Progetto Gipeto

Iskeliu

È accertato che a causare la morte dei 3 esemplari di gipeto, reintrodotti in Sardegna il 25 maggio 2008 (vedi nelle news), è stato un intruglio di topicidi, rilevato anche sulle carogne utilizzate come esca. Dal momento del ritrovamento della prima carcassa ad oggi vi è stato un crescendo di prese di posizione, documentate nella rassegna stampa, che hanno alternativamente decretato il fallimento del progetto e la volontà di portarlo avanti. Purtroppo, in perfetto stile italiano, spesso si sono persi di mira i veri colpevoli della vicenda, gli avvelenatori, e si è sparato a zero su chi tra mille difficoltà ha costruito e avviato il progetto. Voglio dire pacatamente la mia opinione, quella di uno che ha partecipato al gruppo di lavoro di divulgazione e sensibilizzazione del progetto. Il progetto è almeno quinquennale, ciò significa che esso prevede la reintroduzione di almeno due gipeti all'anno per cinque anni. Già questo basti per far cambiare opinione a tutti quelli che, saputo che i tre esemplari erano tutti maschi si era messo subito a gridare al fallimento: forse dimenticavano o, più probabilmente, non sapevano che ci vogliono otto-dieci anni prima che un gipeto entri in età riproduttiva. Dunque il progetto è appena iniziato e ha nel conto la possibilità della perdita di qualche esemplare nel suo percorso, cosa avvenuta nelle altre esperienze europee. Il fatto che i tre esemplari siano deceduti più o meno negli stessi giorni e nella stessa zona fa pensare che essi si siano alimentati sulla medesima carcassa e le modalità di posizionamento della carcassa di pecora avvelenata fanno pensare ad un'azione mirata, più che a una casualità legata alla pratica illegale dei bocconi avvelenati per eliminare volpi e cani randagi. Quindi uno o più colpevoli esistono e sono coloro che hanno avvelenato un'esca con topicida. Contro di essi le Province di Nuoro e di Ogliastra, promotrici del

Unione Sarda - Rassegna stampa
progetto, a nome delle comunità che rappresentano, e la Regione Sardegna che rappresenta tutti i sardi, anche quelli importati come me, devono compiere un atto formale, denunciando alla magistratura gli ignoti colpevoli e rivolgendo, quando ci saranno le condizioni tecniche per farlo, verso di loro anche un'azione di tipo civile per il danno causato all'immagine dell'isola e dei suoi abitanti. A questo primo passo devono seguire incontri con i cittadini per raccontare quanto è accaduto e per affermare la volontà di continuare il progetto. Immediatamente dopo, dovrà ripartire una nuova iniziativa di divulgazione e sensibilizzazione tra la popolazione per diffondere la conoscenza del progetto e di quanto è avvenuto nella sua prima fase di realizzazione. È già in fase di elaborazione lo studio di una nuova normativa riguardante la pratica dei bocconi avvelenati, che affronti in modo preciso e netto anche il problema del randagismo, individuandone le cause e i modi per azzerarlo. La normativa dovrà essere definita con il contributo prioritario dei portatori d'interesse delle zone coinvolte nel progetto e approvata in tempi rapidi. Solo con la realizzazione di questi passi si potranno riprendere le fila operative del progetto, utilizzando quanto è avvenuto come feedback positivo per correggere errori o deficienze (che non sono mancati) e per riavviare i rapporti con le controparti internazionali, messi a dura prova dall'accaduto. Il Progetto Gipeto non è fallito, come molti hanno gridato e scritto, ma ha subito un durissimo attentato, il suo 11 settembre. Il suo proseguimento è strettamente legato da un lato alla capacità collettiva di fare terra bruciata attorno ai colpevoli e alla cultura (se così la si può chiamare) che li sostiene e dall'altro al buon senso di saper cogliere da parte di tutti le lezioni che vengono da questo primo insuccesso.




Nuova Sardegna
Rassegna stampa




© Egidio Trainito